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Il dolore cronico

Ogni giorno più di 200 milioni di persone nel mondo occidentale soffrono a causa del dolore cronico, un problema di salute pubblica a livello mondiale. In Italia ne è affetta una percentuale pari a circa il 26% della popolazione: 13 milioni di persone che ogni giorno vedono la qualità della loro vita compromessa da mal di schiena, cervicalgia, osteoartrite, dolore alla spalla, cefalea, fibromialgia.

Il dolore acuto si manifesta improvvisamente a seguito di un particolare episodio come un intervento chirurgico, una frattura o un trauma e funziona da  allarme per evitare possibili ulteriori danni ai tessuti.
Il dolore cronico è invece un dolore persistente, che non ha una causa apparente o comunque ha una causa che si e’ risolta da tempo. Si palesa in modo continuo per oltre 3 mesi. Non ha  dunque una specifica funzione biologica in quanto non è correlato ad una minaccia di danno ai tessuti. Persiste e resiste in risposta a una sensibilità eccessiva e ad una minaccia percepita di danno al corpo, nonostante i tessuti danneggiati siano guariti, compromettendo gravemente la qualità di vita di quanti ne soffrono.

Solo negli ultimi anni la ricerca scientifica ha riconosciuto il dolore cronico  come patologia a se’ stante e non come sintomo di altre patologie, evidenziandone aspetti fondamentali per la cura e la gestione. Vediamo i più importanti

PENSARE POSITIVO 

Chi ha un atteggiamento negativo nei confronti del dolore percepisce livelli più elevati di dolore e disabilità mentre chi manifesta un atteggiamento positivo sviluppa dei comportamenti che influenzano favorevolmente la prognosi. 

CONSIDERARE IL DOLORE CRONICO COME PATOLOGIA A SE’ SENZA RICERCARE UNA CAUSA SPECIFICA 

Chi attribuisce il  dolore a una causa strutturale ha maggiori probabilità di avere livelli più alti di disabilità e scarse aspettative di recupero. Anche per questa ragione e’ sovente inutile ricorrere a immagini diagnostiche come Tac e Risonanze magnetiche che possono rivelare anomalie strutturali non correlate al problema.

LE PAROLE PESANO

Chi ha dolori muscoloscheletrici considera spesso il proprio corpo come una struttura fragile o vulnerabile, soggetta a (ri)danneggiamenti.
Parole e atteggiamenti sbagliati nei confronti di chi soffre di un semplice torcicollo o mal di schiena (“Ha una schiena terribile, sembra quella di un novantenne”; “Non vada a correre, può danneggiare i suoi dischi”; “Il suo bacino e’ storto, ha bisogno di essere aggiustato”…) possono scatenare paure che arrivano ad  inibire il movimento. Effetto nocebo e chinesiofobia mettono in atto un circolo vizioso dove la paura fa muovere meno e il minor movimento crea maggiore dolore. 
Molto spesso affidarsi a sedicenti professionisti sanitari, privi di specifiche competenze in materia e senza alcuna formazione universitaria riconosciuta, può essere deleterio.

ESERCIZIO FISICO

L’esercizio fisico e’ una delle armi principali per gestire il dolore cronico oltre a migliorare l’umore e avere indiscutibili effetti positivi sull’apparato cardiovascolare.

IL FISIOTERAPISTA COME VALIDO ALLEATO NELLA TRATTAZIONE DEL DOLORE CRONICO

Il fisioterapista, professionista sanitario riconosciuto dall’ordinamento giuridico italiano lavora sul paziente per aiutarlo a conoscere e gestire il proprio dolore, aumentandone in modo graduale l’attività e migliorandone la qualità di vita.

Per raggiungere questi obiettivi, il fisioterapista si avvale di diversi strumenti tra i quali l’educazione al dolore, strategie di adattamento e di risoluzione dei problemi, attività di stimolazione, igiene del sonno e tecniche di rilassamento. 
Insegna a comprendere come il dolore sia un sistema di allarme integrato che con il dolore cronico viene attivato troppo facilmente. Aiuta a ridurre la paura legata al dolore ed elabora strategie a lungo termine per migliorare la fiducia in se stessi.

Con la salute non si scherza. E con il dolore tantomeno.

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